Sotto viene raccontata solo una piccola parte della storia delle stragi nazifasciste in Croazia, Serbia e Slovenia tra il 1941 e il 1943.
Anni in cui i fascisti di Mussolini e Roatta si distinsero in una ferocia pari a quella nazista.
La pulizia etnica, i campi di concentramento, quelli di sterminio, tutti gli orrori perpetrati in quelle terre, sono una macchia indelebile sulla nostra storia, perché sono vicende con cui il nostro paese non ha mai voluto fare i conti.
Quando si parla di "ricordo", di "memoria", non scordiamoci la storia. Tutta.
Tratto da: Gregorio De Falco huffingtonpost.it/cultura/2020…
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Fonte: occupazioneitalianajugoslavia4…
1941-1943 Germania e Italia mettono a ferro e fuoco la Jugoslavia
I crimini del generale Mario Roatta soprannominato "Bestia nera"
Il 6 aprile del 1941 le truppe tedesche, seguite da quelle italiane e ungheresi, invasero la Jugoslavia. Il regno dei Karađórđević venne distrutto, il suo territorio spartito fra i vincitori.
Seguirono anni terribili. La responsabilità prima dell’inferno in cui precipitò il Paese spetta a chi lo attaccò e scatenò una guerra di tutti contro tutti.
Fu il caos: guerra di liberazione contro gli occupatori; guerra civile fra ustašcia croati, četnizi serbi, domobranzi sloveni, partigiani comunisti; guerra rivoluzionaria per la creazione di uno stato socialista, feroci repressioni antipartigiane; sterminio degli ebrei, tentativi genocidari ai danni di popolazioni dell’etnia sbagliata.
Davvero, nel museo degli orrori non mancò proprio nulla.
Di quel vortice di violenza, le truppe italiane di stanza nei territori annessi o occupati, non furono semplici spettatrici, ma protagoniste. Si tratta di una delle pagine più buie della nostra storia nazionale, con pochissimi lampi di luce. Per questo è poco conosciuta e si è preferito dimenticarla.
Altri Paesi, come la Germania, hanno mostrato più coraggio nel fare i conti con il proprio passato oscuro.
Quando si parla di crimini italiani in Jugoslavia bisogna citare sicuramente il generale Mario Roatta, soprannominato:
"La bestia nera dei Balcani".
L’Italia non ha mai fatto davvero i conti con il lato oscuro della propria storia. Considerarci brava gente dopo la seconda guerra mondiale è servito a non guardarci allo specchio.
Nel 1943 si raggiunse il culmine con Benito Mussolini che scrisse ai soldati della seconda armata italiana in Dalmazia: “So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui non sarete mai abbastanza ladri, stupratori e assassini”, incoraggiando senza remore la pulizia etnica, che già da un paio di anni veniva perpetrata con particolare ferocia soprattutto sotto la guida del generale Roatta che in quel contesto si guadagnò nell’elemento locale il sinistro soprannome di “Bestia Nera”.
L’occupazione italiana della Slovenia, la Dalmazia e la Croazia cominciò come si è detto nell’aprile del 1941. Il generale Roatta tenne tale comando dal marzo del 1942 al febbraio del 1943. Appena arrivato diramò agli ufficiali della seconda armata la famigerata circolare 3C, con la quale si pianificava lo sterminio indiscriminato della popolazione civile, affrontando con misure di controguerriglia i partigiani iugoslavi. Nel contesto di una guerra senza esclusioni di colpi da ambo i lati, sotto il suo comando gli occupanti italiani si macchiarono di numerosi e documentati crimini di guerra contro la popolazione civile.
Fu attuato un vero e proprio progetto di epurazione contro comunisti, studenti, disoccupati e le loro famiglie, e i loro villaggi furono distrutti e saccheggiati, ritenendo che tutti indiscriminatamente potessero potenzialmente andare ad ingrossare le file dei ribelli.
Tra l’altro, in questi territori i crimini italiani e poi fascisti non cominciarono neanche con la seconda guerra mondiale, ma nel ventennio precedente, al termine della prima, quando l’Istria, regione multietnica e multilingue, venne ceduta dall’Impero Asburgico all’Italia, che impose la sua politica di persecuzioni, privazioni linguistiche e culturali verso sloveni e croati.
Ma torniamo al 1942: fu attuata una feroce repressione guidata anche da un presupposto sentimento di superiorità razziale.
Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e Grazioli fecero circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la città diventò così un immenso campo di concentramento. Un quarto della popolazione venne internato, anche donne, vecchi e bambini. Chi non fu ammazzato subito, spesso è morto di stenti nei campi di concentramento italiani. Il 24 agosto 1942 Grazioli prospettò al ministero dell’Interno “l’internamento di massa della popolazione slovena” e la sua “sostituzione con la popolazione italiana”. Roatta giunse a raccomandare l’uso dell’aviazione e dei lanciafiamme per distruggere villaggi interi.
Nell’autunno 1942 la diocesi di Lubiana fece arrivare alla Santa Sede un documento inquietante, che chiedeva di fare il possibile per evitare che i campi “diventino accampamenti di morte e di sterminio”. Roatta non si fece scrupolo di minimizzare e di procedere con maggior impeto sanguinario. Fu soprannominato dai partigiani “la bestia nera” per la sua immonda crudeltà.
Il generale Roatta si rese così responsabile di orribili crimini, ricordiamo i capi d’imputazione mossi contro di lui nella richiesta di estradizione della Jugoslavia di Tito:
“Quale principale responsabile egli contribuì allo sterminio del popolo sloveno attraverso, in particolare, la fucilazione di circa 1000 ostaggi, l’uccisione indiscriminata di 8000 persone, l’incendio di 3000 case, l’internamento di 35000 persone, la distruzione di 800 villaggi, la morte per fame nel campo di concentramento di Arbe di 4500 persone".